Dimmi di sì. Capitolo I

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Era difficile per Maristella ogni volta incastrare la gamba destra tra il bidet e il box doccia. Quello spazio così ristretto che un idraulico sconsiderato aveva lasciato tra i sanitari del bagno dopo l’ultimo intervento di ristrutturazione voluto dalla padrona di casa, la costringeva sempre a sedersi un po’ di lato. Quando si lavava non le dava granché fastidio, se non che vista dall’alto veniva meno la simmetria tra le sue cosce divaricate, la vasca di ceramica e i rubinetti dell’acqua.

Beh, no, le davano fastidio anche gli slip che rimanevano ancorati alle caviglie, quelle rare volte che le capitava di non toglierseli come quella mattina, ma quello forse non era dovuto alla posizione infelice del bidet. Aveva appeso un piccolo specchio proprio lì, all’altezza del suo viso quando era seduta, credo per far capire che lei se lo faceva rivolta con lo sguardo al muro. Poco più in alto su quelle pretenziose mattonelle bianche bordate d’oro che Maristella non avrebbe mai scelto, c’erano due quadretti con Andromeda incatenata di Tamara de Lempicka e Autoritratto con scimmie di Frida Kahlo. Quelli sì li aveva voluti lei e davano quel tocco pop che le piaceva tanto, insieme alle tende sulla finestra con le stampe dei soli e delle lune di Fornasetti e alla luce sulla specchiera costruita da sé: una lampadina dalla quale spuntavano due piccole ali bianche.

E ora che si trattava di direzionare il getto della pipì sulla pennetta del test di gravidanza, la difficoltà di quella posizione la disturbava più che mai, una posizione che non era soltanto fisica. La mano destra reggeva il test, mentre la sinistra teneva la sottoveste perché non si bagnasse. Guardandosi nello specchio nel contorno dei suoi capelli aveva visto, suo malgrado, la faccia dell’ultimo parrucchiere da cui era stata, quello con cui aveva litigato perché le voleva fare la piastra. E ancora non si capacitava del perché avesse voluto provarne uno nuovo. Lei che coi capelli ha un rapporto così controverso e non solo per la rosa proprio al centro dalla quale si irradiano quei milioni di ammassi cheratinici filiformi che sfidano tutte le leggi delle fisica e a volte anche la superbia di qualche hair stylist (perché quelli che ci cascano si fanno chiamare così) che crede di poterli sottomettere soltanto dandogli una scaldata. Maristella, nonostante il frangente in cui si trovava, non aveva resistito, aveva messo il lembo di seta della camicia da notte sotto al mento, si era così liberata la mano e si era toccata ancora incredula il ciuffo da Woody Woodpecker che le faceva compagnia a distanza di due mesi.

“Ma come si fa? Testa di cazzo! E poi uno dice che non si deve bestemmiare.” Le era uscito dal cuore mentre con indice e pollice cercava di capire quanto ancora avesse dovuto aspettare per poter avere una lunghezza decente. Il tempo si misura anche con la ricrescita, lei lo sapeva bene. Il suo pube ne era testimone. In quasi quarant’anni di vita aveva ceduto solo una volta alla tentazione di depilarselo totalmente, per poi ricredersi non appena aveva dovuto fare i conti, appunto, con la ricrescita. Più che una depilazione era stato un esperimento erotico-tricologico col suo primo grande amore, Marco. Me lo ricordo bene Marco, ma soprattutto mi ricordo bene Maristella ai tempi di Marco. Erano a Pavia, nel bagno squallido di quella squallida casa in Via Sant’Agata. L’idea era venuta a lui dopo aver visto “Le età di Lulù”. Il ricordo del prurito e dell’impossibilità di dargli tregua in ogni momento, vista la geografia del pizzicore, quei follicoli rigonfi per l’esuberanza dei peli che pretendevano di uscire bucando la pelle con tanta prepotenza le avevano fatto pensare “mai più”.

Marco e i suoi occhi nocciola velati di sensuale malinconia le avevano fatto dire e pensare il suo primo “per sempre”. Quanto aveva riso con lui. E pianto. Se n’era innamorata in prima liceo al ritorno da una gita scolastica. Seduta nei sedili in fondo al pullman che da Torino li riportava a casa, si erano messi a parlare di “Quando si ama”, una soap opera che entrambi seguivano. Forse fu la vertigine storica sperimentata al Museo Egizio o forse la vertigine spaziale suggerita dalla Mole Antonelliana, fatto sta che sotto ai piedi di Maristella, là su quei sedili caldi ricoperti di velluto bordeaux dove stava raccontando a un nuovo compagno di classe quella che poteva benissimo essere catalogata tra le debolezze inconfessabili, si aprì una voragine che non si sarebbe mai più richiusa. Sospesa su quel baratro aveva avuto la sensazione di volare aggrappata agli occhi di Marco, per poi essersi sentita spacciata subito dopo, quando lui aveva rivolto lo sguardo altrove. L’amore, lo stava imparando, è una faccenda di equilibri e prospettive. È l’attrazione di due precipizi che cercano di compensarsi a vicenda. In alcuni casi l’horror vacui è così potente che si rischia di essere fagocitati, l’uno dentro il burrone dell’altro. Il segreto è sapere dove e chi guardare, di volta in volta, e se necessario sapere anche chiudere gli occhi. Ma su Marco ci torneremo dopo.

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