Andrea De Carlo e il suo Cile.

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Il Salone del libro di Torino di quest’anno, che comincia proprio oggi e che andrà avanti fino a lunedì, ha come paese ospite il Cile. Non potevo non riscrive qui l’incontro avvenuto ormai due anni fa con Andrea De Carlo nella sua casa milanese sui Navigli dove abbiamo avuto una bella chiacchierata proprio sul paese di Neruda, che è un po’ anche il paese dello scrittore italiano. Ebbene sì, De Carlo ha origini cilene per parte di padre (la nonna paterna era cilena) e il desiderio di scoprire qualcosa di più su questo retroterra è arrivato relativamente tardi. Un retroterra per altro non insignificante perché, come mi spiega lui, era visibile nei tratti fisici di suo padre, nei suoi occhi, quest’aspetto sudamericano non solo come dato estetico ma proprio caratteriale.

Finalmente Andrea, dopo aver girato parecchio il mondo, un giorno decide di andare alla ricerca delle sue origini e ci va partendo dall’Argentina, quindi passando un periodo come dire di “acclimatamento”. Un mese in Argentina, dopodiché da Buenos Aires prende un volo che lo porta a Santiago del Cile. È difficile immaginare un contrasto più forte, prosegue De Carlo, perchè l’Argentina è un paese per molti versi da un punto di vista geografico molto sudamericano, con queste pampas sconfinate, questi fiumi che attraversano le pianure, ma la popolazione è molto europea. Camminando per le strade di Buenos Aires si potrebbe essere nel Nord America o in una città Europea.

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La prima impressione fortissima, volando attraverso le Ande e atterrando a Santiago, era stato invece proprio l’aspetto delle persone che erano improvvisamente diventate scure e piuttosto basse. Andrea ricorda soprattutto questo mare di occhi scuri, densi, intensissimi e mentre nella popolazione argentina c’è pochissimo e solo in certe zone l’eredità del sangue indio, nella popolazione cilena è lì, lo vedi dappertutto. Arrivato all’aeroporto di Santiago il mare di occhi scuri lo ha fatto sentire subito a casa, ricordandogli quelli di suo padre e quelli della nonna che aveva visto solo in fotografia. Il racconto si fa interessante, non tanto per le descrizioni geografiche del paese che anni fa ho visitato anch’io con un’amica, ma per l’emozione che ci mette lui nel raccontarlo. Si passa dall’avventura della Panamericana, questo nastro d’asfalto che collega le due Americhe, alla magia del cielo nel deserto di Atacama fino ad arrivare all’odore della brezza del Pacifico.

Poi la musica sentita in un paesino all’estremo nord del Cile, musica che arrivava da un charrango, strumento a corda fatto con la corazza di armadillo che suonava una melodia lontanissima nel tempo. E lì, con quell’immagine ci fermiamo. Gli chiedo se non ha mai pensato di scrivere del Cile e nonostante sia un paese che può ispirare per la sua atmosfera, mi dice, avendo avuto questo rapporto così personale fin dall’inizio, ha voluto mantenere anche letterariamente un rapporto personale.Chissà, forse un giorno.

Arrivata a casa dopo quell’incontro, dove devo essere sincera ho incontrato un bell’uomo oltre che un bravo scrittore e non ero preparata, ripenso al suo primo libro che ho letto, primo e unico, nel quale forse per vicinanza anagrafica con i protagonisti mi ero molto riconosciuta: “Due di due”. Lo vado a cercare nella libreria, lo sfoglio per vedere cosa avevo sottolineato allora, quindici anni prima e nell’incipit, evidenziato con matita rossa, mi rivedo ora come allora.

La prima volta che ho visto Guido Laremi eravamo tutti e due così magri e perplessi, così provvisori nelle nostre vite da stare a guardare come spettatori mentre quello che ci succedeva entrava a far parte del passato, schiacciato senza la minima prospettiva. Il ricordo che ho del nostro primo incontro è in realtà una ricostruzione, fatta di dettagli cancellati e aggiunti e modificati per liberare un solo episodio dal tessuto di episodi insignificanti a cui apparteneva allora.

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