Uno scarafaggio, dei gufi e dieci anni di meno.

Profumo di buono, pelle liscia, sguardo curioso, fare seduttivo. Essere nati negli anni Ottanta aiuta certamente se nella fattispecie si è un maschio di mammifero e si è in presenza di una femmina che in quegli anni aveva già dato il primo bacio. Essere giovani è un vantaggio. Sempre. Quasi.

Cos’è che la disturbava tanto? Il fatto di non poter esibire la stessa consistenza epidermica, la stessa persistenza olfattiva, o l’assordante ticchettio del suo orologio biologico? Cazzo. “Sono capace di scoparti e domattina di non ricordarmi nemmeno come ti chiami”, così lo aveva apostrofato, al quarto Cuba, al matrimonio dell’amico dove il ragazzo faceva il fotografo. Senza il minimo imbarazzo, rivolto ai genitori che l’avrebbero dovuto riaccompagnare a casa, lui esordì con un “mamma, papà, andate pure. Mi farò dare un passaggio”, il che lo rese ancora più intrigante. Assaggio e passaggio. Così fu. La conferma che si trattasse di un regalo divino arrivò verso le 5 del mattino, dopo aver sondato ogni centimetro del suo corpo pronta per riportarlo dai suoi, nella sua “cameretta”, quando comparve uno scarafaggio sul pavimento del suo appartamento e lui lo raccolse amorevolmente per sottrarlo alla suola assassina, mettendolo in salvo fuori dalla finestra. Lo aveva visto fare solo a suo padre quando era bambina. Ma chi è questo?

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Due giorni dopo rilanciò con un invito per andare a caccia di gufi. Armati di macchina fotografica e cannocchiale si addentrarono per le risaie dell’Oltrepò e fu di nuovo sua. Come si può non darsi a tanta magnificenza? Lui era la primavera e Dio o chi per Lui, si era adoperato per far fiorire il suo balcone. Margherite che sapevano d’arcobaleno.

Aveva questo modo irresistibile di fare all’amore. E poi il suo sesso era di una bellezza sconvolgente. Bello per forma e sapore. La perfezione. Quando la penetrava si sentiva in cima a quell’arcobaleno. Il suo darsi era così lontano dai quarantenni che frequentava lei, era senza perversioni cristallizzate, era ancora autentica voglia di scoprire, con esitazione, il tutto infarcito di una sana tenerezza che si mescolava alla dolce violenza dell’eccitazione. Dopo l’ultima storia sbagliata lei si era ripromessa di fare passare molto tempo prima di far entrare ancora un maschio nel suo letto, con lui però non c’era stato nessun dubbio.

Una disintossicazione dal falso mondo delle emozioni era ciò che le ci voleva. E lui la stava aiutando. La differenza d’età si sentiva solo quando lei si fermava a pensarci più del dovuto. Ogni volta che si incontravano era potenzialmente l’ultima anche se, ad ogni nuovo contatto, la familiarità con quel copro, quelle labbra, quella voce, quel suo modo di pensare e farla ridere si faceva spazio nel precario universo del “cosa accadrà”.

La serenità che lei sentiva addosso era dovuta anche alla prepotenza del presente che lui le imponeva, senza saperlo. “Il futuro non esiste”, questo si ripeteva lei come un mantra. Aveva bisogno di spegnere il cervello sul domani e lui era perfetto. La psicologa le aveva fatto notare che l’età del ragazzo era la stessa in cui lei aveva interrotto bruscamente la sua crescita sentimentale. Selvaggia e dolce, cerebrale e istintiva. Questa la sua strada, eppure l’aveva lasciata insieme al primo grande amore. Lui gliela stava riproponendo dieci anni dopo. Dietro a tale progetto c’era per forza qualcuno. Cosa confermata dal suo esserci. Sopra di lei. Dentro di lei. Tutto intorno a lei, sempre. Anche se non c’era.

Quando sfiorava col viso le sue nudità, quasi ad annusarla, mentre premeva senza invadenza la sua splendida erezione sulla soglia del suo desiderio, lei avrebbe voluto esistesse il “per sempre”.

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