Si sta come d’autunno.

L’immagine del preservativo usato che penzola da un ramo secco di una pianta di cachi non uscirà tanto in fretta dalla mia mente.

Sono come ogni mattina da dieci anni a questa parte a fare colazione con Sabina e Marghe.

Giovanni, Riccardo ed Emma sono grandi. Non c’è più la scusa di doverli accompagnare a scuola. All’asilo, alle elementari, persino alle medie era normale il ce lo beviamo un caffè dopo averli scaricati e baciati prima della campanella. Ora che sono al liceo, che ci facciamo alla solita pasticceria, alla solita ora e con le solite facce? Ah, no, quelle no, dopo dieci anni quelle sono cambiate.

Noi siamo come dei diesel, quelli di una volta che si girava la chiave e poi si doveva aspettare si spegnessero le candelette prima di accendere la macchina. Ecco, noi le nostre candelette le spegniamo con un cappuccino di soia chiaro, almeno io, prima di accendere la giornata. E anche se si discute da tempo di metterle fuori produzione, di farle sentire inadeguate, noi, le diesel, teniamo botta.

Siamo al bar per qualche confidenza, per delle pacche sulle spalle e a volte anche per la lettura dei fondi del caffè, si sa mai che alla torrefazione ne sappiano più di noi sulla vita che ci scarrozza in giro da poco più di cinquant’anni.

Dicembre è appena cominciato. Le vetrine della Stellanti sono già zeppe di panettoni e pandori, per non parlare di nani di rosso vestiti che si credono santa Klaus. Io ho il cappotto che Davide mi ha regalato per il nostro anniversario la settimana scorsa. Sabina sfoggia una delle sue nuove borse un po’ da potta come si dice da queste parti e Marghe ha il capello tirato come l’espressione. Non è un buon momento a casa.

Ogni volta che devo fare l’ordine del mio cappuccino mi vergogno. Oggi ho anche deciso di sostituire la soia con l’avena. Mi piace il pericolo.

Dicono che la soia faccia male alla tiroide e lo sappiamo che lei poi si rifà su di noi. Meglio non disturbarla, permalosa ghiandola a farfalla con la quale non abbiamo proprio un bel rapporto come donne.

È arrivata la milanese.

Con un cappuccino chiaro d’avena un po’ forse hanno ragione, ma io sono del lago di Garda – quale milanese – che si sappia.

Non è l’unica situazione in cui me lo sento dire. Basta che io apra bocca ed ecco fatto. Sgamata subito. Qui in Toscana se sei lombarda sei subito capoluogo di regione. In mezzo alle loro c strascicate, la mie e aperte come non lo saranno mai gli abitanti di Lucca, fanno subito nord che produce e fattura. Ma magari! Non è il mio caso, soprattutto per il fattura.

Sabina sta raccontando di Lilly, la cugina, madre anche lei di un adolescente. Il suo viso ha qualcosa di strano stamattina, non riesco a mettere a fuoco.

“Va in giardino e vede quel coso bianco aggrappato al ramo. Davanti a quella pianta c’è la finestra della camera di Ludovico. Quattordici anni. Ieri pomeriggio è andata a trovarlo una sua amichetta. Tredici anni. Fate voi. Mia cugina è sconvolta.”

“Te credo, come cazzo si fa a tredici anni.”

Io e Marghe basite, ma anche divertite.

“Cioè, hanno trombato e poi lui ha buttato il preservativo dalla finestra? Genio!”

“Sì, tredici anni e la quarta di reggiseno, così mi è stata descritta.”

“Io avevo due bottoncini a tredici anni al posto delle tette” penso ad alta voce.

“Ma tu li hai anche adesso due bottoncini” mi guarda sorridendo Marghe. Touché!

Penso alla battuta di Fleabag “A volte temo che non sarei così femminista se avessi le tette più grandi”.

La mattinata prende la solita piega. Parliamo dei nostri di adolescenti. Giovanni è un metro e ottanta di bambino coi peli e i brufoli, ma bambino è. Le ragazze per ora non pervenute. Riccardo, si infila nella riflessione Sabina, in testa ha solo lo sport. Pare. Bambinone pure lui, pur essendo figlio di tanto padre piacione. Però sono maschi. Lenti.

Marghe, che invece ha a che fare con Emma, un po’ si inquieta. Le femmine sono un passo, anche due, più avanti. Il suo lavoro di madre di una giovane donna è più tosto per certi versi. Lei è il suo modello. È da lei che deve partire l’esempio di donna libera, consapevole, emancipata. Aver scoperto il marito con un’altra, aver cercato comunque di mandare avanti il matrimonio visto che le cose importanti sono altre e non averne mai fatto mistero con la figlia, conta? Aver messo a tacere il padre che durante una cena di famiglia le ha detto ti sei fatta lasciare anche stavolta, conta? Sì, è il secondo matrimonio. Perché Marghe sembra una che se la vuole cavare da sola, ma poi per ben due volte ha siglato un contratto. Io al contrario, mai voluta neanche essere assunta al lavoro. Solo partita Iva. Cretina che sono.

Voglio essere libera. Libera di essere sprovveduta. E con le tette piccole.

“Si sta come d’autunno sugli alberi un goldone”, è più forte di me, alla fine lo dico.

“Oddio non sentivo Goldone da millantanni” dice Sabina asciugandosi le lacrime dalle risate.

Beh, forse io non lo dicevo da millantanni. Mi ricorda Marco, primo amore. Quasi quarant’anni fa ormai. Mi aveva anche spiegato che risaliva alla Seconda guerra mondiale. I soliti americani che insieme alla cioccolata avevano anche dei preservativi forniti dal ministero della difesa (pardon, della guerra). Sulla confezione monoporzione dorata c’era la scritta “GOLD ONE”.

La discussione si sposta sulle prime volte. Chi ha sofferto, chi no. Io molto. No, niente priapismo, solo un imene che non voleva farsi da parte. Marghe non se n’è quasi accorta, dice mentre rovescia a testa in giù la sua tazzina di caffè sul piattino. È così che cominciano le letture dei fondi. Semplice e spicciola pareidolia, ovviamente.

Guarda, c’è una nuvola che sembra un orso con in bocca uno squalo inseguito da un toro con la faccia della signora Fletcher. Ecco, roba del genere. Però è bello pensare che l’universo ti parli.

Marghe mi fa notare che il collo del mio cappotto si sta scucendo.

“Gli dai due punti, è una sciocchezza”.

Non prendo in mano ago e filo da una vita. La mia mamma era la regina del rammendo. Le calze poi, quei talloni sempre sbucciati come le ginocchia. L’uovo di legno che mi piaceva così tanto. Che fine hanno fatto tutti quei buchi da cui entrava la forza di andare avanti?

L’ora passa in fretta. Io devo andare a scrivere, Marghe in negozio e Sabina a farsi i capelli. Prima di salutarci capisco cosa fosse la stranezza sul viso di Sabina, ha le labbra un po’ più gonfie.

“Hai fatto un salto da papà?” le dico indicandole la bocca.

“C’ha ancora la mano ferma, no?”

“Pensavo fosse l’inizio di un herpes, fai tu” le dico mentre sto pagando. Alla cassa c’è Guglielmo, il proprietario. Camicia e gilet. Sorriso dentierato con ossequio non richiesto. Mani giunte.

“Signora Bonomi, com’è bella stamattina. Mi saluti tanto suo padre e gli dica che per quella cosa poi ho sistemato.”

Ecco, giusto al vecchio piacciono, Sabina, non fare cazzate, eh, che sei arrivata fin qui senza.

Sabina è la figlia di un chirurgo plastico molto conosciuto in città. Oramai in pensione, ma sempre in giro per circoli e cene istituzionali.

Lei non lavora, non solo perché non ne ha bisogno economicamente –  che fosse solo per quello che si lavora allora io dovrei smettere subito – la sua è stata una scelta dopo essersi sposata con Dario, il primo uomo di cui si è innamorata e col quale ha fatto un figlio. Per lui ha lasciato l’università e lo ha seguito nella sua carriera di calciatore in giro per l’Italia, con l’unica ambizione di diventare madre. Lei questo fa. La madre, ma non solo quella di Riccardo, anche quella di suo marito, di suo padre, di sua sorella, di me, di Marghe. Di tutti.

È una donna molto intelligente a dispetto di quanto le hanno sempre detto in famiglia. Sua madre è morta che era bambina. Lei è sempre stata quella bella come la mamma e sua sorella quella intelligente, come il papà. Quanti danni. Anche perché entrambe sono figlie di chi la bellezza la ricreava per lavoro e del mito di chi per destino non è potuta invecchiare.

Dopo la nascita di Riccardo il suo corpo è cambiato, i chili presi in gravidanza si sono trasformati in una specie di corazza per proteggersi dal mondo e a lungo andare ci si è affezionata.

La giornata passa abbastanza liscia, al netto di un nuovo lavoro che mi viene assegnato: un documentario sulla leucemia linfoblastica acuta per il quale devo intervistare due giovani pazienti che sono guariti, ma anche il padre di un ragazzo che non ce l’ha fatta. La madre non ne vuole parlare. Eh.

A pranzo faccio una chiacchierata surreale con la mia di madre. Al telefono fa ancora più effetto sentirla ripetere ossessivamente le stesse cose. Sentirsi dire diciotto volte zia quando vieni a trovarmi anche se io le rispondo tutte e diciotto le volte mamma fra qualche giorno arrivo.

È come una bambina, solo che ha novant’anni e l’Alzheimer. Lula, la badante, le tiene il telefono e ogni volta puntualizza, è Giorgia, non la zia. Ma chissenefrega! Povera mamma. Ha tutto il diritto di chiamarmi come vuole, che poi zia è anche il nome che mi merito visto che dopo i cinquanta siamo tutte un po’ zie.

A letto, prima di dormire, il preservativo carico di vita che minaccia di suicidarsi dal ramo di una pianta di cachi mi fa ciao ciao col serbatoio. Avrà ragione lui.