L’India non è solo un luogo geografico.

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india calcutta bookstore (Photo credit: FriskoDude)

Al mattino sono stata con Gianrico Carofiglio negli States on the road, al pomeriggio mi aspetta Giancarlo De Cataldo per fare una capatina in India. Un bel salto, no?

Come dice lui, infatti, se ti danno una botta in testa e ti portano a Buenos Aires, a New York, a Roma o a Berlino, quando ti svegli non hai la sensazione di essere stato rapito dagli alieni, ma riconosci intorno a te lo stesso universo di riferimento che hai lasciato. Ecco, se dopo la botta in testa ti portano per le strade di Benares, di Calcutta o di Bombay o sulle rive del Gange, invece, le cose cambiano perchè ti rendi subito conto che sei in un altro mondo. E allora, entriamoci insieme.

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L’India che sta per raccontarmi De Cataldo è quella contenuta nel suo libro L’india l’elefante e me, dove ripercorre un viaggio fatto con la famiglia. Ripenso a una poesia di un poeta indiano, Kabir, che Giancarlo ha messo nelle primissime pagine del libro “Solleva il velo che oscura il cuore, là troverai quello che cerchi” e mi sembra perfetta per partire. Ma prima di lasciare con l’immaginazione la casa di Roma del mio compagno di viaggio, lui ci tiene a offrirmi una tazza di tè. Con una tazza di tè si viaggia meglio. Ci troviamo così improvvisamente per le strade di Benares dove tra la folla di un mercato Giancarlo viene urtato da un grosso toro. Che paura trovarsi faccia a faccia con un animale di quella stazza, ma si sa, da queste parti sono animali sacri e si lascia fare loro quello che vogliono. A proposito di animali, nel mezzo della chiacchierata ci viene a trovare Beckett, il suo cane. Si sarà sentito chiamato in causa. De Cataldo prende l’occasione per dirmi che da quando è stato in India lo lava molto meno, perchè quell’odore di vitalità elettrica, come l’ha definito lui, che là si respira per le strade è meraviglioso. Dagli animali passiamo alle divinità. Eccoci alle prese con Ganesh, mezzo uomo e mezzo elefante, il dio del cominciamento, delle imprese ardite, ma anche protettore degli scrittori e dei criminali. Per lui che scrive di cose criminali è quindi un doppio protettore, aggiunge.

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E poi mi parla della gente, di tutta quella folla che ti sta addosso questuante, ma che in fondo non fa altro che fare il suo lavoro, cioè sopravvivere. E come non fare un cenno a Bollywood. Mi riacconta di quando è riuscito a farsi ricevere da un grande produttore che era un appassionato di Bud Spencer e Terence Hill perchè è l’unico cinema che in qualche modo si può avvicinare a quello indiano, a detta sua. Più si va avanti e più scopro che dietro a un’India c’è sempre un’altra India e un’altra India ancora. Viene da pensare all’apologo gianista dei 5 ciechi dell’Industan che volendo capire com’era fatto un elefante se ne fanno portare uno e cominciano ad esplorarlo, ciascuno per conto proprio. Il primo afferra la proboscide e dice “ah, ho capito, l’elefante è come un serpente!”. Il secondo che invece tocca il corpo dell’animale, dice “ma no, è come un muro”, il terzo, impugnando una zanna protesta “sbagliate tutti e due, l’elefante è un palo. Gli ultimi due, uno aggrappato alla coda e l’altro alla zampa gridano “no, l’elefante è una corda” “l’elefante è una colonna”, e vanno avanti a discutere senza riuscire a mettersi d’accordo sulla natura dell’elefante. Ecco, l’India è un po’ così, dipende da quale parte la afferri, ma capirla nel suo insieme non è di certo facile.

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Siamo arrivati alla fine del viaggio. Io fra l’altro ora ne devo affrontare uno meno divertente che è quello in treno verso casa. Sono sempre più febbricitante. E per di più custode di un segreto. Nessuno ancora sa che sono incinta. Cioè, qualcuno lo sa, ma non lui, il mio fidanzato. Quando abbiamo deciso di provare ad avere un figlio, solo il mese prima, io gli ho detto, testuali parole “sai, ho quasi quarant’anni, potrebbero volerci sei mesi, forse un anno, o forse potrebbe non accadere mai.” Tutto questo perchè la situazione anagrafica anche per chi se ne crede immune come me, a un certo punto può annebbiare la ragione. E improvvisamente non sei più testa e corpo, ma solo pancia e istinto. Notizia quindi troppo importante per essere bruciata per telefono. Peccato che quando arrivo a casa con me arriva anche 40 di febbre. Ma quando lo vedo, con tutte le forze cerco di fare un sorriso e glielo annuncio “sono incinta”. Lui sgomento, mi guarda, gli prende un attacco di tosse e poi esordisce “ma non ci volevano sei mesi?”. E che ne so io.

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