Paolo Rumiz tra geografia, musica e tolleranza balcanica.

Per la giornata mondiale del libro ecco un incontro di qualche anno fa con uno scrittore unico.

L’incontro di oggi è un incontro da molto atteso per me. Sono anni che seguo i racconti di viaggio di questo scrittore dalle pagine di Repubblica, non ultimo quello sulle orme degli eroi del Risorgimento in occasione dei 150 dell’Unità d’Italia. Ma non è l’Italia che mi interessa scoprire attraverso le sue parole, quanto piuttosto un altro luogo a lui particolarmente caro e vicino: i Balcani. Abbiamo appuntamento alla casa editrice Feltrinelli di via Aldegari a Milano. Lui è arrivato da Trieste, perché è là che vive.

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Compilo un registro, salgo le scale per andare al primo piano e una volta dentro gli uffici dico di essere lì per l’intervista. Mi accompagnano attraverso un dedalo di corridoi fino alla stanza dove mi aspetta il mio nuovo compagno di viaggio: Paolo Rumiz. Stretta di mano rassicurante. Non avevo dubbi l’avrebbe avuta così. Ci accomodiamo a un tavolo e senza troppi preamboli si parte.

Il libro nel quale c’è condensata la passione di Rumiz per questi luoghi è “La cotogna di Istanbul” che mi dice essere stato quasi una catarsi per lui.

Tristezza della guerra e dignità della vita si mescolano ai profumi e ai sapori di questi luoghi, come Sarajevo che nei ricordi del mio accompagnatore è associata al gusto asprigno del kefir che ha mangiato la prima sera in cui vi è arrivato. Ma le immagini da evocare sono ancora tante, immagini di luoghi, di montagne, di vento, di birra, di vino, di racchia, la maledetta racchia che è una specie di acquavite e soprattutto la slivovica, che quando è buona è la fine del mondo. Un distillato di prugne o talvolta di albicocche, in certi casi anche di pere, che può addolcirti le serate o trasformare la tua baraonda in una ciucca indimenticabile. A Sarajevo, dice Rumiz, potevi uscire di casa al mattino senza un soldo in tasca e tornare a casa la sera ubriaco, perché trovavi sempre qualcuno che ti offriva qualcosa.

Condivisione, disponibilità, accoglienza dell’altro. Questo mi viene da pensare ascoltandolo. E tolleranza, come l’aneddoto che mi racconta: in casa dei cristiani c’era molto spesso un pentolone di coccio che non aveva mai toccato la carne di maiale e che veniva conservato per i musulmani e gli ebrei, nel pieno rispetto delle altrui fedi. E aggiunge, Sarajevo è stata bombardata non perché stava diventando islamica, ma al contrario perché era troppo tollerante e complessa per essere accettata da un mondo sparato verso il pensiero unico, monolitico.

Quanta bellezza e vitalità si celano dietro alla “piega obliqua e amara dei Balcani”, come la descrive Paolo Rumiz nel suo libro.

L’incontro col diverso e l’abitudine al confronto con l’altro da sé hanno reso questa popolazione unica, unica come la geografia che l’ha modellata, una geografia che lui non manca di descrivere in maniera quasi commovente. Sembra quasi di rivedere nei suoi occhi quei paesaggi. Quante volte ci sarà stato e quante altre ci tornerà? Tra i ricordi di tutti i suoi viaggi ce n’è anche uno che riguarda suo figlio. La cosa mi interessa particolarmente, visto che tra qualche mese sarò mamma anch’io. Mi racconta di quando anche lui è stato per la prima volta nei Balcani e di un sms che gli ha spedito appena arrivato: “Che incanto papà! Adesso capisco cosa ti portava così spesso lontano da me.”

E poi mi racconta di quella volta che a Novi Sad con degli amici guardava le donne e per scommessa ne cercava una non bella, quasi un’impresa impossibile. E poi la musica, il ritmo dei suoni ma anche delle lingue che sono molte e che fanno inevitabilmente bene all’elasticità della mente e dei caratteri. Dopo essere stati in Bosnia-Erzegovina con Sarajevo, in Serbia con la visita a Novi Sad, infine Paolo mi porta in Macedonia e per l’esattezza in un villaggio che nei racconti dei suoi abitanti, pare sia stato risparmiato dalle armi addirittura grazie alla musica: Strumica. Quando scende la sera qui si vedono i contadini che tornano dal campo con la zappa, mollano la zappa e prendono il clarino o la tromba o il tamburo e tutto il paese si riempie di suoni. Questo è il loro antidoto al disordine. Perchè lì non è mai arrivato il kalashnikov? Perchè avevano il sassofono, perchè da generazioni suonano e sono stati allenati alla musica già prima di nascere, perchè la sentivano dalle pance delle loro madri. Eccola una notizia che mi tocca da vicino. È una cosa che mi hanno già detto in molti: ascolta molta musica e tuo figlio la sentirà con te associando quel ritmo al tuo stato d’animo. Infatti sto cercando disperatamente una canzone da sentire quando mi rilasso, per cercare di farla diventare poi per lui una potentissima ninna-nanna. Per ora sta vincendo David Bowie con Space Oddity. Ma non voglio distrarmi. Torniamo nei Balcani.

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Paolo prosegue con la descrizione di Strumica, tra musica e geografia, in una sinestesia da far accapponare la pelle. A Strumica la musicalità la senti nell’aria, non soltanto negli strumenti degli uomini, ma la senti negli uccelli, nell’acqua, tutto è intriso di musica e lì, dice Rumiz, viene la nostalgia perché anche l’Italia una volta era così. E perchè non siamo più così? Chi ci ha messo il silenziatore? Chi? Eravamo così, venivano a vederci da tutto il mondo perchè cantavamo lavorando. Oggi siamo un popolo muto. Muto.

Il viaggio è finito e dopo aver ascoltato Rumiz mi viene voglia di uscire per strada e cominciare a cantare.

Chissà che Italia troverà fagiolino.

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