Romana Petri, la donna delle Azzorre.

Ormai tre anni fa facevo questo viaggio nel mezzo dell’Atlantico con Romana Petri. Bello ricordarlo come se fosse successo ieri.

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Eccoci alle Azzorre, una meta decisamente affascinante e per certi versi insolita. Ma come dice la mia compagna di viaggio all’inizio della nostra conversazione, la banalità o meno di una meta dipende molto dalla soggettività del viaggiatore.

Le chiedo per cominciare come le è venuta voglia di Azzorre e lei mi risponde che è sempre stata appassionata per tutto ciò che è lusitano. E le Azzorre nel 1990, quando ci va lei per la prima volta, sono davvero una destinazione fuori dal mondo. Un giardino in mezzo al mare che Romana decide di visitare.

Per cominciare sono un luogo che ha una forte vocazione al mare, vocazione che si può estendere a tutto ciò che è portoghese, visto anche il richiamo nella storia che gli abitanti hanno avuto nei confronti di quella distesa d’acqua, che li ha spinti da sempre a partire alla conquista di nuove terre. E l’Atlantico da queste parti, mi conferma la Petri, sembra davvero essere la vera, e spesso unica, attrazione. Certamente non sono le isole da scegliere se si vuole fare vita notturna, qui si guarda il mare e si ascoltano i gabbiani. Il silenzio è il vero suono dei portoghesi e degli azzoriani.

Questo arcipelago circondato dall’Atlantico a metà strada tra Lisbona e New York e le emozioni che riesce a suscitare è condensato nel libro della mia compagna di viaggio dal titolo “La donna delle Azzorre”. Qui le isole si trasformano in una terra piena di magia, dove la realtà è sempre pronta a nascondere qualcosa di inaspettato. Un posto dove il mare la fa da padrone, dove il cielo cambia in continuazione, dove la geografia è così prepotente che la storia dei suoi abitanti non può opporsi.

Tra i racconti di Romana mi si fissa nella mente quello del canto dei cagarros, uccelli simili ai gabbiani, più brutti, grigi, quasi ciechi che di notte fanno un verso infantile, come di un neonato che piange disperatamente. Immagino quindi nelle parole di Romana la notte buia, col mare, le tempeste, le luci fioche, la falesia tonante e questi uccelli che fanno il loro verso lamentoso. Sicuramente l’atmosfera non può non far pensare anche a delle apparizioni, visioni ai confini con la realtà, come racconta lei stessa nel suo libro.

Romana in poche parole mi fa amare la magia della realtà che si respira sulle isole, realtà che cambia in continuazione, come i suoi cieli carichi di nuvole che in un attimo possono diventare di un blu accecante. Il mare qui è una necessità, eppure andando all’interno si possono trovare le montagne. Gli occhi non si annoiano mai alle Azzorre. Ci sono certi fiori poi, che alla vista, aggiungono l’olfatto tra i sensi da stupire. Mi viene in mente una frase del suo libro “La donna delle Azzorre”: “colori che rendono l’anima molto euforica per chissà quale futuro sconosciuto e insieme piena di rimpianto per i molti atti mancati della nostra vita e che nemmeno ricordiamo.” Non sono solo colori questi, penso, sono sollecitazioni per lo spirito.

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Azzorre, isole strepitose dove il blu dell’oceano si confonde con l’azzurro dei cieli e delle ortensie. Dove il silenzio dei suoi abitanti si mescola al canto straziante dei cagarros e alla furia delle onde che si infrangono sulle coste. Dove vecchio significa rotto e l’antico invece coinvolge gli affetti, perchè anche gli oggetti hanno una storia e in quella storia c’è tutta la magia della vita che non si arresta, che spinge per rimanere sempre il presente di qualcuno, pur appartenendo al passato di altri.

I ricordi sulle Azzorre sono vivissimi per Romana. Ci sono storielle che ancora la fanno emozionare, come quella a Pico, la sua isola preferita tra le nove che formano l’arcipelago. Un ricordo bellissimo, molto malinconico, in una frazioncina che si chiama Cabritus. Nella piazzetta c’era un pozzo d’acqua dolce, prosegue Romana, intorno al quale la gente si sedeva. E gli emigranti anziani che ormai sono tornati a casa, la sera si riunivano, si mettevano tutti seduti in tondo, ognuno portando qualcosa da mangiare, chi aveva fatto della carne, chi aveva fatto una minestra e mangiavano tutti insieme, seduti, silenziosissimi, perchè sono un popolo che quando parla ad alta voce, forse, è perchè ha bevuto. Dopo aver mangiato hanno tirato fuori un mangiadischi, hanno messo dentro delle musichine loro che si chiamano chamarritas, con una compostezza, con un rigore, con uno struggimento indescrivibile. Hanno poi cominciato tutti a ballare, ogni vecchietto con la sua vecchietta, questi balli antichi di quando erano giovani e sono stati costretti ad andarsene, durante la dittatura di Salazar. Ma non è possibile fuggire da quei posti senza portarseli dietro.

Rifletto sul fatto che è in questi luoghi che nasce “la saudade”, quella che io sento un po’ prendermi la gola ora che il viaggio so sta per finire. Questi luoghi dove la terra si confonde col mare, lasciando alla magia della realtà uno spazio immenso. Non stupisce che proprio uno scrittore portoghese come Pessoa abbia scritto una frase nella quale forse da queste parti ci si riconosce più che altrove: “Viaggiare? Per viaggiare basta esistere”.

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