Un po’ di Messico a Bologna con Pino Cacucci.

Messico 2006

Messico 2006 (Photo credit: Michele Mazzone)

Frida Kahlo, Self-Portrait, 1940. See discussi...

Frida Kahlo, Self-Portrait, 1940. See discussion of her works below. (Photo credit: Wikipedia)

Carlos Fuentes, uno scrittore messicano, dice che “non si può raccontare il Messico. Si deve credere nel Messico“. E così il prossimo viaggio libro alla mano lo voglio fare con chi ha instaurato un rapporto quasi corporeo col Messico, cioè Pino Cacucci. Pino l’ho già sentito per telefono altre volte, sempre per Radio24, quando gli ho fatto l’intervista per la puntata di Destini Incrociati dedicata a Frida Kahlo e è sempre stato molto cordiale.

Questa volta decido di andarlo a trovare, fra un viaggio e l’altro, so che sarà a casa per qualche settimana, così lo chiamo e fisso un appuntamento. Una mattina gelida di febbraio prendo un trena da Pavia, direzione Bologna. Fa un freddo polare nello scompartimento e dal finestrino passa un panorama incredibile, tutto è ricoperto di ghiaccio, tutto è bianco. Andare a Bologna mi fa pensare ai primi appuntamenti con Davide, il mio fidanzato nonchè padre di mio figlio (ancora non mi sono abituata a questa evidenza). Bologna ha il sapore del batticuore, del primo ti amo, delle notti passate a fare all’amore quando ancora non era venuto in mente a nessuno dei due che proprio passando da lì saremmo arrivati a concepire un bambino, un giorno.

Scendo alla stazione e anche a Bologna fa freddo. Siamo d’accordo di vederci in piazza Galvani alla libreria Zanichelli-Feltrinelli. Da qualche giorno sono particolarmente stanca, dicono sia normale i primi mesi, così prendo un taxi e mi ci faccio portare. Lui mi sta aspettando e nonostante il freddo è venuto in bicicletta, che coraggio, penso. E’ abbronzato. Il Messico è anche nella pigmentazione della sua pelle. Ci sistemiamo in una stanza che la libreria ci ha messo a disposizione. Per ora siamo soli. Sistemo il registratore e partiamo. Le sue prime parole sono legate all’arrivo in aereo a Città del Messico. Mi dice che cerca sempre di far coincidere l’atterraggio con l’imbrunire perchè lo spettacolo di questa colata lavica di luci, come la chiama lui, lo sorprende ogni volta. Il libro che mi ha fatto venire voglia di partire con lui è “La polvere del Messico” e di polvere Pino ne ha respirata parecchia. Passiamo dagli odori del Messico, ai sapori, senza dimenticare i suoi visto che la musica esce da ogni auto, casa, locale. E’ un viaggio sensoriale che a un certo punto viene disturbato da un signore che entra nella nostra sala e si siede a leggere il giornale, incurante dell’intervista in corso. Vabbè, penso, poco male, si farà anche lui un viaggetto con noi. E invece no, sfoglia il suo quotidiano facendo un rumore così fastidioso che viene voglia di dirgli qualcosa. Meno male che Pino mi riacciuffa ogni volta con i suoi racconti sul Messico, dove nei paesini la gente ti saluta per strada.

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E quando mi parla dell’esperienza dell’alzabandiera a Città del Messico, l’anziano bolognese che stropiccia le sue notizie dopo averle lette, scompare proprio dalle mie orecchie e persino dalla mia vista. Sì, l’alzabandiera è da vedere. Si deve fare una levataccia per essere tra i primi a arrivare in Plaza de la Constituciòn, che è la seconda al mondo per grandezza dopo Tienanmen, e lì si attende. Poi, improvvisamente, accompagnato da rullo di tamburi, si apre un immenso portone (tutto è immenso a città del Messico), il portone del palazzo presidenziale e escono decine e decine di soldati in alta uniforme e portano sulle loro spalle la bandiera arrotolata. Lunghissima. E’ la bandiera più grande al mondo. La srotolano con solennità e la mettono su questo gigantesco pennone. Qualcuno passa e si mette la mano sul cuore, così i messicani salutano la bandiera e lì, dice Pino, capisci tante cose dell’anima messicana e soprattutto capisci che in Messico non devi mai confondere il becero nazionalismo con l’amore per le proprie radici. Pelle d’oca per me, sarà anche che essere incinta rende più sensibili. E penso a qualche sera prima, quando alla tv ho visto Benigni che raccontava com’è nato il nostro inno nazionale e mi sono commossa, felice di trasferire all’abbozzo di vita che porto dentro, quelle emozioni. Ce n’è bisogno, mi ripeto, in un momento come questo e in un Paese come il nostro.

Il viaggio per me è finito. Usciamo dalla stanza, ringraziamo i proprietari della libreria e andiamo a bere un caffè in un bar lì vicino. Io prenderò anche un brioches già che ci sono. Vado alla cassa per pagare ma lui mi ferma e mi dice “non si è mai visto un caballero messicano far pagare una signora”. Forse non è vero che il viaggio è finito, forse siamo ancora in Messico.

Istanbul, Costantinopoli o Bisanzio?

Ormai tutti sanno che sono incinta. In barba a secoli di superstizioni non ho aspettato i canonici tre mesi per annunciarlo al mondo. La sera stessa in cui febbricitante sono tornatra a casa e l’ho comunicato al mio fidanzato, sono partiti mms a amici e parenti con la foto del test di gravidanza, dove le due linee rosse verticali, come due torri gemelle redivive, parlavano della loro potenza annunciando allo stesso tempo la tragedia.

IMG_1127Mio padre un giorno mi disse “la vecchiaia è organizzazione” e la trovai una frase perfetta. Posso dire che anche la gravidanza per una libera professionista che vuole continuare a fare il suo lavoro è un po’ la stessa cosa. Così, appena mi sono rimessa in piedi dall’influenza, ho voluto subito sperimentare uno strumento che col tempo, nelle mie condizioni, mi sarebbe certamente servito per raggiungere gli scrittori e far loro l’intervista: Skype. Questo perchè a Radio24 non piace che la voce del compagno di viaggio sia filtrata dall’apparecchio telefonico, loro vogliono far sentire nel programma ogni sfumatura della chiacchierata come se io, e di conseguenza gli ascoltatori, fossimo proprio lì, con lui o lei. E allora decido che è tempo di ritornare a Istanbul e ci vado con Marta Ottaviani che da anni vive lì. E’ suo infatti il libro che prima di partire per il mio weekend turco ho acquistato in libreria. E’ stato un po’ come se fosse stato lui a chiamarmi, col suo titolo ruffiano “cose da turchi“. Del resto se dico “turco” quante associazioni vengono in mente. Bestemmiare e fumare come un turco, mamma li turchi, parlo turco? Insomma, “cose da turchi” è solo una delle possibilità. E allora do a Marta un appuntamento su Skype, la tecnologia è una buona compagna in queste occasioni. Quando le dico qual è il mio nome un po’ mi vergogno visto che è un poco professionale Lamor, ma lei mi tranquillizza rispondendomi con un “Teodora di Bisanzio” da far accapponare la pelle.

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Siamo pronti per partire. Mi faccio una tazza di tè e la chiamo. Lei mi risponde dal suo ufficio con vista sul Bosforo e così penso subito a quell’insenatura d’acqua che separa Asia e Europa, Occidente e Oriente e a quanto letto nel suo libro che per la gente di Istanbul, il Bosforo, è la voce della vecchia Costantinopoli dove si va a pescare, passeggiare, piangere e amare e al detto popolare che dice che “se vai sul Bosforo quando sei triste e guardi la corrente, quella prende i tuoi dispiaceri e se li porta via, fino al Mar Nero”. E a proposito di Bosforo ripenso a quanto accaduto dopo aver fatto la classica gita in barca, una volta arrivati al porto di Eminonu.

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Lì infatti ho avuto l’esperienza culinaria più incredibile e gliene parlo, non senza avvertire un aumento della salivazione. Sarà anche il mio stato, ma quando si tratta di buon cibo, non resisto. In quell’occasione si trattava di un semplicissimo -mai aggettivo è stato meno azzeccato- trancio di pane imbottito con della verdura e delle specie di sarde grigliate su barconi scenografici, servito da altrettanto scenografici personaggi. Addentando quei pochi ingredienti mi sono sentita attarversata da 25 secoli di storia e ho visto Costantinopoli, Bisanzio e Istanbul tutte insieme nel boccone perfetto.

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E già che si parla di cibo, Marta che mi vede con la mia tazza di tè fumante in mano, mi chiede se ho apprezzato anche il tè turco, o meglio, il Cay. Mi svela inoltre, cosa che non sapevo, che viene coltivato nella provincia di Trabzon sul Mar Nero e che essendo ormai diventato bevanda nazionale, la produzione non è sufficiente se non per un uso interno. Perciò niente tè turco fuori dai confini. E va bene anche così, penso, in fondo il piacere di vedersi arrivare dopo pranzo, dopo cena e nelle pause del pomeriggio quel bicchierino aggrazziato con due zollette di zucchero, sempre e solo due, non una di più non una di meno, non avrebbe la stessa intensità lontano da quell’atmosfera.

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Dopo il cibo la chiacchierata con Marta si sposta sulla gente e soprattutto sulle donne, tutte molto belle, curate, femminili e piene di Botox, dice lei. Io ne ricordo una in particolare in un locale nel quartiere Beyoglu, una sera che siamo andati a sentire della musica. La ricordo danzare con queste mani lunghe, un corpo incredibile accarezzato da un abito di seta colorata e uno sguardo scuro e magnetico. Quando mi sono accorta che lo stesso effetto che faceva su di me, lo faceva anche sul mio fidanzato, ovviamente, beh, non sono riuscita a infastidirmi, anzi, ho provato una grande soddisfazione nel pensare che in fondo io e creature come lei apparteniamo allo stesso genere. Certo, se il mio fidanzato a fine serata fosse andato a casa con lei, forse mi sarebbero girate le scatole. Ma mi è andata bene.

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Confucio dice “quando arrivi in un posto e vuoi comprenderlo, ascolta la muisca che vi si suona”, a Istanbul vale anche per la lingua. Incomprensibile, è turco, ma grazie a Mustafa Kemal Ataturk è almeno leggibile. E’ lui che ha cercato di europeizzare la Turchia anche dal puto di vista linguistico, sostituendo i caratteri arabi con l’alfabeto latino. E Marta mi racconta che anche dopo circa 80 anni dalla sua morte è considerato il padre di tutti i turchi e a novembre per ricordare l’anniversario del trapasso del grande statista la nazione alle 9.05 si ferma per un minuto. Radio e tv smettono di trasmettere, la gente smette di lavorare e tutti sull’attenti per un minuto per poi tornare alla propria quotidianità.

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Il mio tè è finito, guardo l’orologio sul monitor del computer e vedo che è passata già una mezz’ora da quando siamo partite. E’ tempo anche per noi di tornare alla nostra quotidianità. Così saluto Marta, la ringrazio sperando di vederla presto per bere un Cay insieme con vista sul Bosforo. Mi ritrovo nella mia casa a Pavia e penso che per congedarmi da questa città mi ci vuole ancora qualcosa. Così vado nella mia libreria e cerco Costantinopoli di Edmondo De Amicis. Lo apro e leggo un passo che avevo sottolineato a suo tempo: “è una bellezza universale e sovrana, dinnanzi alla quale il poeta e l’archeologo, l’ambasciatore e il negoziante, la principessa e il marinaio, il figlio del settentrione e il figlio del mezzogiorno tutti hanno messo un grido di maraviglia. E’ il più bel luogo della Terra a giudizio di tutta la Terra.”

L’India non è solo un luogo geografico.

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india calcutta bookstore (Photo credit: FriskoDude)

Al mattino sono stata con Gianrico Carofiglio negli States on the road, al pomeriggio mi aspetta Giancarlo De Cataldo per fare una capatina in India. Un bel salto, no?

Come dice lui, infatti, se ti danno una botta in testa e ti portano a Buenos Aires, a New York, a Roma o a Berlino, quando ti svegli non hai la sensazione di essere stato rapito dagli alieni, ma riconosci intorno a te lo stesso universo di riferimento che hai lasciato. Ecco, se dopo la botta in testa ti portano per le strade di Benares, di Calcutta o di Bombay o sulle rive del Gange, invece, le cose cambiano perchè ti rendi subito conto che sei in un altro mondo. E allora, entriamoci insieme.

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L’India che sta per raccontarmi De Cataldo è quella contenuta nel suo libro L’india l’elefante e me, dove ripercorre un viaggio fatto con la famiglia. Ripenso a una poesia di un poeta indiano, Kabir, che Giancarlo ha messo nelle primissime pagine del libro “Solleva il velo che oscura il cuore, là troverai quello che cerchi” e mi sembra perfetta per partire. Ma prima di lasciare con l’immaginazione la casa di Roma del mio compagno di viaggio, lui ci tiene a offrirmi una tazza di tè. Con una tazza di tè si viaggia meglio. Ci troviamo così improvvisamente per le strade di Benares dove tra la folla di un mercato Giancarlo viene urtato da un grosso toro. Che paura trovarsi faccia a faccia con un animale di quella stazza, ma si sa, da queste parti sono animali sacri e si lascia fare loro quello che vogliono. A proposito di animali, nel mezzo della chiacchierata ci viene a trovare Beckett, il suo cane. Si sarà sentito chiamato in causa. De Cataldo prende l’occasione per dirmi che da quando è stato in India lo lava molto meno, perchè quell’odore di vitalità elettrica, come l’ha definito lui, che là si respira per le strade è meraviglioso. Dagli animali passiamo alle divinità. Eccoci alle prese con Ganesh, mezzo uomo e mezzo elefante, il dio del cominciamento, delle imprese ardite, ma anche protettore degli scrittori e dei criminali. Per lui che scrive di cose criminali è quindi un doppio protettore, aggiunge.

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E poi mi parla della gente, di tutta quella folla che ti sta addosso questuante, ma che in fondo non fa altro che fare il suo lavoro, cioè sopravvivere. E come non fare un cenno a Bollywood. Mi riacconta di quando è riuscito a farsi ricevere da un grande produttore che era un appassionato di Bud Spencer e Terence Hill perchè è l’unico cinema che in qualche modo si può avvicinare a quello indiano, a detta sua. Più si va avanti e più scopro che dietro a un’India c’è sempre un’altra India e un’altra India ancora. Viene da pensare all’apologo gianista dei 5 ciechi dell’Industan che volendo capire com’era fatto un elefante se ne fanno portare uno e cominciano ad esplorarlo, ciascuno per conto proprio. Il primo afferra la proboscide e dice “ah, ho capito, l’elefante è come un serpente!”. Il secondo che invece tocca il corpo dell’animale, dice “ma no, è come un muro”, il terzo, impugnando una zanna protesta “sbagliate tutti e due, l’elefante è un palo. Gli ultimi due, uno aggrappato alla coda e l’altro alla zampa gridano “no, l’elefante è una corda” “l’elefante è una colonna”, e vanno avanti a discutere senza riuscire a mettersi d’accordo sulla natura dell’elefante. Ecco, l’India è un po’ così, dipende da quale parte la afferri, ma capirla nel suo insieme non è di certo facile.

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Siamo arrivati alla fine del viaggio. Io fra l’altro ora ne devo affrontare uno meno divertente che è quello in treno verso casa. Sono sempre più febbricitante. E per di più custode di un segreto. Nessuno ancora sa che sono incinta. Cioè, qualcuno lo sa, ma non lui, il mio fidanzato. Quando abbiamo deciso di provare ad avere un figlio, solo il mese prima, io gli ho detto, testuali parole “sai, ho quasi quarant’anni, potrebbero volerci sei mesi, forse un anno, o forse potrebbe non accadere mai.” Tutto questo perchè la situazione anagrafica anche per chi se ne crede immune come me, a un certo punto può annebbiare la ragione. E improvvisamente non sei più testa e corpo, ma solo pancia e istinto. Notizia quindi troppo importante per essere bruciata per telefono. Peccato che quando arrivo a casa con me arriva anche 40 di febbre. Ma quando lo vedo, con tutte le forze cerco di fare un sorriso e glielo annuncio “sono incinta”. Lui sgomento, mi guarda, gli prende un attacco di tosse e poi esordisce “ma non ci volevano sei mesi?”. E che ne so io.

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Onzerod con Gianrico Carofiglio

La serata del 18 gennaio passa a chiacchiere con l’amica dalla quale avrei dormito e che non vedevo da un po’. Si parla male degli uomini e si mangia bene. Nella mia borsa intanto il test di gravidanza acquistato d’impulso nella farmacia davanti alla fontana di Trevi, silente lavora sulla costruzione del destino. Al risveglio, l’indomani, all’appuntamento con la pipì del mattino faccio trovare la punta assorbente della pennetta. Due linee verticali rosse mi danno il buongiorno. Esco dal bagno e mostro il risultato alla mia amica. Lei senza pensarci lo va a dire al suo fidanzato che ancora dormiente alla notizia “Morena è incinta” replica uno spassosissimo “ma come, qui a casa nostra?”. Come se ci fosse, e confermo ci sono, luoghi abilitati e altri meno a scoperte di tal genere. Ma tant’è.

Con questo bagaglio fisico e emotivo mi dirigo alla prima delle interviste della giornata che è con nientepopodimenochè Gianrico Carofiglio. Per raggiungerlo  attraverso un metal detector e il controllo severo di una portineria in via Santa Chiara. Dopo aver preso l’ascensore fino al secondo piano, vado con passo emozionato alla stanza 255. Eccolo il padre dell’avvocato Guerrieri alla sua scrivania, abito grigio elegantissimo che dà le ultime disposizioni alla sua segretaria. Quando lei se ne va mi saluta e io le dico, udite udite, “Salve”. Ma come, davanti a Carofiglio che ha dedicato una pagina eccezionale alla categoria dell’uomo in canottiera come lo chiama lui, dico “Salve”? Un leggero rossore colora le mie guance. Che brutta figura, io che da bambina quando mi chiedevano cosa avrei voluto fare da grande rispondevo bella figura, solo bella figura. Non posso che chiedere scusa, ma lui, con il suo aplomb mi tranquillizza e mi dice, siamo tutti uomini in canottiera, non si preoccupi. Ma gli Stati Uniti ci aspettano. Sistemo quindi il registratore davanti a lui e si va. On ze rod ovviamente. All’inizio è tutto molto tranquillo, mi racconta di un’America a metà tra realtà cinematografica e letteraria dove l’impasto di verità e fiction accontenta tutti. E mentre formula le sue frasi sempre così ben architettate sintatticamente, lui così pacato, mi chiedo quando uscirà allo scoperto un po’ dell’anima di Guerrieri. Tra i libri che lui cita come ottimi compagni di viaggio per visitare l’America in auto c’è The lost continent di Bill Bryson.

Mi porta a Chicago, poi a Pittsburgh a vedere la casa sulla cascata e infine a Boston dove è arrivato la prima volta di notte senza aver prenotato, trovandosi così a dover dormire in uno squallidissimo motel. Ed è proprio sui motel che Carofiglio mi regala una delle perle più divertenti. I rumori che ci accolgono una volta scesi dalla macchina, quando sfatti dalle miglia macinate sulle highways vogliamo solo farci un bidet e andare a dormire, sono i protagonisti. C’è per esempio il ronzio di fondo in tutti i motel che è quello dei condizionatori il più delle volte vecchi e scassati che per dormire ci vogliono i tappi per le orecchie. E poi che dire della macchina del ghiaccio? In America il ghiaccio è ovunque. Una volta una giornalista in un bar, quando lui le chiese cosa prendi, disse, un po’ di ghiaccio e si rimpì il bicchiere. Americani. Comunque, mentre mi parla dei rumori gli sfugge un po’ la situazione di mano e comincia a rifarmeli, per farmi capire meglio. Eccolo l’avvocato Guerrieri. La macchina del ghiaccio fa brodobododrà. E me lo ripropone agitando la mano davanti alla bocca per enfatizzare l’idea di qualcosa che sbrodola rumorosamente. E che dire del suono di New York, quello che non ti abbandona mai, puoi essere nel pieno della notte su un grattacielo dell’Upper East Side o giù dalle parti di Chelsea, o nel Village o anche nella punta di Manhattan e c’è sempre questo oooooommmmmmmm mattina e sera. Il mio compagno di viaggio chiude con un consiglio su dove andare a magiare a Brooklyn, ovvero da Peter Luger.

E di cibo, dopo questa chiacchierata, visto anche com’è cominciata la mia mattina, ne ho proprio bisogno. Non vorrei farmi prendere subito la mano dal fatto che siamo in due, ma ho davvero bisogno di mettere qualcosa sotto ai denti. La mia gola nel frattempo è sempre più in fiamme e anche la mia fronte non è da meno. Sarà la febbre della responsabilità?