Da un TED riflessioni sulla salsa che colorò il Nuovo Mondo.

Alla sera abbiamo preso l’abitudine di guardarci dei TED. Messo a letto il pupo, cerchiamo di riaccendere il cervello con qualche spunto preso qua e là da conferenze che questo grande progetto, nato nel 1984, non fa che sfornare di continuo. L’ultima riguardava le organizzazioni non governative italiane e il loro operato in Africa, raccontate da uno strepitoso Ernesto Sirolli che con ironia, o sarebbe meglio dire sarcasmo, demolisce. Se volete aiutare qualcuno state zitti e ascoltate, questo il riassunto. Ernesto comincia dallo Zambia, quando con un gruppo di volontari negli anni Settanta è andato per insegnare a coltivare pomodori italiani ai locali, i quali non sembravano per nulla interessati. Chissà poi perché. Dopo aver fatto crescere pomodori grandi e rossi come non mai, fra grandi pacche sulle spalle degli italiani che per fortuna erano arrivati con la soluzione per risolvere la fame nel mondo, in una notte duecento ippopotami ne hanno fatto razzia. Beh, bastava chiedere perché in una valle così fertile come quella in riva allo Zambesi non c’erano coltivazioni. Bastava fare due chiacchiere con la gente del posto prima di imporre una soluzione, dice Sirolli. Comunque sia, vale la pena di guardarsi questo video. Ma la lampadina che si è accesa dentro di me, pensiero laterale maledetto che infesta i miei neuroni da che faccio la creativa, è stata quella di pensare all’aggettivo italiano legato a pomodoro. I pomodori sono ormai italiani, certo, ma in realtà non lo sono affatto. Così mi sono fatta un viaggio nello spazio e nel tempo sulle tracce rosse di questa meraviglia.

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“Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa e la vedeva. Americaaaaa”. Ricordate la leggenda del Pianista sull’Oceano? Gli occhi che vedono l’America agli inizi del Novecento sono quelli di molti italiani partiti in cerca di quel sogno che l’Italia, soprattutto nelle campagne, è ben lontana dal regalare. Uomini, donne, bambini, intere famiglie che lasciano il loro paese e gli affetti per cercare un nuovo inizio. Si parte da Genova per la gente del nord o da Napoli e Palermo per quelli del sud. Tutti accomunati dalla stessa speranza: il futuro. Qualcuno va a raggiungere il fratello, il cugino, l’amico, altri partono senza pensarci troppo. Non hanno granchè da perdere. Nelle due settimane in nave, tanto dura il viaggio, si fa conoscenza, si sta uniti, qualcuno parla un dialetto simile e quindi diventa subito amico. A fare compagnia ci sono anche i pesci che seguono quell’ammasso di ferro poco ospitale e che si guardano dall’oblò sotto coperta, o quando il tempo lo permette, dal ponte. Nelle giornate di bufera c’è chi sgrana un rosario, chi annusa una ciocca di capelli tagliati alla fidanzata prima di partire, chi stringe la mano del vicino anche se non sa chi sia. Ma si è tutti sulla stessa barca, al di là della metafora. Poi le nebbie si diradano, il silenzio si fa più denso, anche il cigolare insistente del ventre della nave che fino a poco prima ha lamentato tutta la sua misera potenza, tace. E improvvisamente eccola, l’America. Negli anni dal 1850 al 1914 più di 40 milioni di italiani emigrano verso gli Stati Uniti, l’America del sud e l’Australia. Agli inizi del Novecento negli Stati Uniti, su 20 milioni di immigrati, 5 milioni sono italiani. Come integrare questa marea umana nella società americana è un problema di non facile soluzione. Chi arriva negli Stati Uniti sbarca a Ellis Island. Qualcuno sventola un biglietto con scritto a matita un indirizzo di un parente per far intendere che ha dove stare e da lavorare, altri smarriti, con un fagotto sulle spalle, cercano di capire cosa devono fare per farsi accettare da questa America. Qualcuno viene strattonato e portato all’ufficio immigrazioni dove sarà sottoposto a umilianti attese, estenuanti visite mediche e prove di vario genere. Di fondo, un brusio, fatto di lingue diverse che accompagna l’ansia, l’ansia di non essere ammessi e di essere rimpatriati. L’America, il paese dell’abbondanza di terra e di lavoro, non è accogliente se sei debole e soprattutto se vieni dal sud Italia. Viene fatta una distinzione a partire dalla provenienza della nave, se da Genova, Napoli o Palermo. Gli italiani del sud rispetto a quelli del nord hanno uno scotto in più da pagare. Nella discriminazione, infatti, i meridionali sostituiscono i neri che invece si stanno piano piano affrancando dalla schiavitù.

Imparare una nuova lingua non è tra le priorità quando è la fame che ti fa stare zitto. È vero, spesso gli italiani stanno solo tra di loro, parlando un dialetto che con l’andare del tempo non sarà nemmeno più quello del paese d’origine, ma una nuova lingua contaminata, un meticciato di suoni e significati che li renderà stranieri ovunque, eppure i ricordi sono l’unica ancora di salvezza per non impazzire. Nascono le Little Italy. Si cerca di ricreare anche in America un orizzonte familiare fatto di tradizioni, di suoni e sapori. In casa si suona la fisarmonica, si cantano canzoni popolari e si cerca di cucinare come si faceva in Italia. C’è chi può stare degli anni senza avere contatto con il Nuovo Mondo, pur vivendoci. Cosa inaccettabile per le autorità americane che non tardano a trovare una soluzione. Se non si possono portare gli italiani in mezzo all’America, si può portare un pezzo di America da loro, questa la filosofia con la quale si aprono i primi centri sociali che danno lavoro a una nuova categoria: le assistenti sociali. Queste sono per lo più giovani donne americane, che si danno da fare per diffondere l’integrazione e plasmare i nuovi arrivati sul modello americano. Vanno a casa della gente e insegnano loro come essere veri americani, dicono loro come vestirsi, come pulire, dicono anche come mangiare. Sostituire il pane italiano con quello americano, tanto per cominciare, usare il burro anziché l’olio d’oliva. Ma quella del cibo sarà una battaglia persa. Ricordate Un americano a Roma con un travolgente Sordi?

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Nel 1910 gli italiani sono i lavoratori peggio pagati d’America, ma in mezzo a loro c’è anche chi ha fatto fortuna e l’ha fatta seguendo il cuore, che in questo caso passa per lo stomaco, e cioè vendendo cibo italiano agli immigrati. Cosa c’è di più accogliente e confortante di mangiare come a casa quando ti assale la nostalgia? Il gusto e il profumo di un piatto ti riportano immediatamente nel golfo di Napoli, per le strade di Palermo, ai piedi delle Orobie o sul Lago di Garda e l’America sembra più bella vista dall’alto di un piatto di pasta. Sì un piatto di pasta, poiché al di là dei regionalismi, sono passati solo vent’anni da quando Pellegrino Artusi ha codificato la cucina italiana nel suo La scienza in Cucina e l’arte del mangiar bene mettendo la pasta al centro, e senza limiti culturali di sorta, la pasta è decisamente il piatto nazionale, anche e soprattutto quando si è all’estero. Nel 1929 ci sono 550 pastifici negli Stati Uniti, solo in Italia ce ne sono di più. La cosa bizzarra è che questa pasta viene riconosciuta come simbolo di italianità quando è condita con un sugo al pomodoro. Il Nuovo Mondo ci ha dato il pomodoro e, dopo anni di apprendistato nelle cucine del Belpaese, il pomodoro ritorna nel Nuovo Mondo da vero italiano. Come l’ha definita Luciano de Crescenzo, la nostra è una cucina “a luci rosse”, aggiungendo che “La scoperta del pomodoro ha rappresentato, nella storia dell’alimentazione, quello che, per lo sviluppo della coscienza sociale, è stata la rivoluzione francese”.

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A giudicare da quanto avvenuto in America per i nostri immigrati all’inizio del Novecento, si può dire che il pomodoro, o meglio, il sugo di pomodoro, è stato il vero promotore dell’integrazione. È la salsa per cui diventeremo famosi. Le donne italoamericane ci si aspetta sappiano fare la salsa di pomodoro. Una salsa rossa buona per la pasta, per il pesce, per le polpette di carne e per la pizza. Un esperanto culinario che metterà in comunicazione l’Italia non solo col nuovo mondo ma col Mondo intero. La cucina è contaminazione. Anche se gli italiani cercano di tenere le tradizioni al riparo da incursioni esterne, la salsa di pomodoro che condisce la pasta, per lo più gli spaghetti, va accostandosi a tradizioni più americane, facendo nascere degli ibridi. È il caso degli spaghetti con sugo e polpette, niente del genere si trova in nessuna ricetta italiana, ma in America diventano il simbolo dell’italianità. E a volte persino in case di italiani emigrati si preparano come se fossero un ricordo lontano. In un classico Disney del 1955 come Lilli e il Vagabondo, un cuoco e il suo garzone con accento decisamente italiano propongono quanto di meglio c’è sulla carta. Spaghetti con polpette di carne. Tutto normale se a scrivere la sceneggiatura sono degli americani.

Lilli e il Vagabondo

Le cose cambiano quando in un film molto più recente, come Big Night di Stanley Tucci, alla scrittura ci sono degli italoamericani che vogliono restituire un po’ di rispetto per quelle tradizioni che i padri hanno cercato di mantenere intatte finchè hanno potuto. Difficile combattere gli stereotipi a “stelle e strisce” sulla cucina italiana, eppure la cucina rimane sempre e comunque patrimonio e identità condivisa per gli emigranti. Martin Scorsese ha voluto immortalare per sempre sua madre ai fornelli nel suo documentario Italianamerican registrato in un weekend nel 1974. Qui i suoi genitori si raccontano nella quotidianità di una famiglia di italoamericani. La nozione di famiglia tiene insieme tutto per gli italiani di quella generazione, come sottolinea il regista, ecco perché la pasta al pomodoro ha tutta questa importanza. Le ricette che la signora Scorsese cucinerà davanti alla telecamera vanno da quelle classiche come le lasagne e gli involtini, fino alle sue specialità come il pollo al limone e il sugo di carne. Quest’ultimo, come una star, compare nei titoli di coda. E alla base di tutto la salsa di pomodoro.

Questo articolo è stato pubblicato anche su bigodino.it

La valigia di Derek Allen

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Il libro che in qualche modo racconta meglio l’Inghilterra sta a metà tra Arancia meccanica e Winnie the Pooh. Lì abbiamo i due estremi, lì in mezzo da qualche parte ci troviamo.” L’Inghilterra vista con gli occhi di un inglese che da vent’anni vive a Milano. Un’Inghilterra fatta di luoghi comuni come il cattivo tempo, ma anche di mostre d’arte, di gentilezza e cibo gustoso anche se poco salutare. Derek Allen, col suo immancabile humor, è il mio compagno di viaggio.

Buona pasqua e buonanotte.

Quest’anno la Pasqua è bassa e, qualcuno ha detto, giuro l’ho sentito io, viene di domenica. Comunque sia il 31 di marzo, fra qualche giorno, sarà l’eccidio delle uova di cioccolato e la tumulazione nei nostri stomaci cristiani di teneri agnelli, che non hanno nessuna speranza di risorgere come l’uomo in nome del quale vengono uccisi. Ma questa è un’altra storia.

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Leggere. Imperativo femminile.

Battersi sul petto non era servito a nulla. Aveva dato anche qualche colpetto all’altezza delle meningi, ma niente da fare. Se non riparte il cuore, che almeno il cervello lo faccia, aveva pensato Bibi. Silenzio. Aveva persino mangiato una delle pellicine vicino all’unghia del medio destro, quello dove una volta, prima delle tastiere, era visibile un callo di cui andava così fiera. Una deformazione dell’arto che la faceva sentire adatta al suo destino. Scrivere. Ma anche in quel caso non era riuscita a scartarsi, si era procurata solo una fastidiosa ferita dalla quale non usciva granché, a parte un po’ di sangue. Eppure una volta aveva sentito spirare dell’aria da dentro la sua mano.

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Si era tagliata con il bordo della pagina di un libro. Un’incisione precisa che aveva allungato dal palmo verso il dorso la linea della vita. E mentre se la stava portando verso la bocca per addolcire con della saliva quel bruciore, le labbra le si erano seccate con un vento caldo che, non c’erano dubbi, arrivava proprio da quella fessura nella carne. In quell’occasione aveva tentato di guardarci dentro, di tenerla aperta il più possibile per capire da dove arrivasse quella corrente. Non che avesse trovato delle risposte, piuttosto si erano infittite le domande. Se l’era anche portata all’orecchio, si sa mai che ci sia qualcosa da capire, ma nell’aria che usciva da dentro di lei non c’erano parole. Lo spiffero le era rimasto aperto nei giorni successivi. Se metteva la mano di taglio vicino alla fiamma di una candela la spegneva. Se ci metteva sopra il dito per tapparlo, si sentiva mancare il fiato. Le era capitato di dover stringere delle mani, esperienza alquanto imbarazzante con uno sfiato aperto ventiquattrore su ventiquattro proprio dove l’altro preme con le dita. Eppure con l’andare del tempo si era abituata a respirare, o meglio, a soffiare dalla mano. Si era tenuta quella finestrella aperta per settimane, finché non si era richiusa da sola. E si era richiusa una mattina davanti a una tazza di tè, senza lasciare traccia sulla pelle. Com’era venuta se n’era andata. Bibi se n’era accorta perché aveva sentito quello stesso bruciore proprio lì, un lieve dolore seguito da un’irrefrenabile voglia di stringere i pugni. E poi la solitudine.

Da quel giorno non faceva che sentirsi appesantita dalla vita, tutto era terribilmente reale e concreto, per lei che di concreto in quarant’anni c’era stato solo il ciclo, richiamo puntuale alla sua appartenenza alla carne. Il resto era sempre stato leggerezza. Leggerezza negli abiti, nei capelli, nelle parole, nei comportamenti, nel pensiero. Mentre il suo divano di pelle rossa le accarezzava i lombi e la malinconia, e fuori pioveva, aveva cercato il modo di far tornare tutto come prima, di riaccendere la macchina del vento che la teneva in moto. La realtà senza un’iniezione d’aria era un peso che non poteva sopportare, era zavorra per la sua immaginazione e addirittura per la sua femminilità. Lei voleva tornare ad avere un’anima di chiffon o non di panno. Quando improvvisamente un dolore al basso ventre le ricordò che era giorno di mestruo. Maledizione, eccolo il corpo che le ricorda di essere fatta di non solo spirito. Andò in bagno per mettersi un assorbente senza smettere di pensare alla sua situazione di stallo. E per la prima volta, nell’intento di far aderire l’adesivo allo slip, pensò alla rivoluzione delle ali. Le ali che in quei pochi centimetri di ovatta si aggrappavano alla biancheria rinunciando alla loro natura. Ali che ancoravano, un ossimoro che sbloccò l’ingranaggio e diede vita alla soluzione.

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Bibi ora sapeva cosa fare. Uscì emozionata sul terrazzo di casa noncurante della pioggia, aprì le braccia e cominciò a muoverle, come nell’intento di spiccare il volo. Sempre più forte, finchè la sua mano destra non cominciò a farle male all’altezza della linea della vita, dove si era ferita con la pagina del libro. E più le faceva male, più sbatteva le braccia. Di più, di più. Gli occhi chiusi, il viso rivolto al cielo, le gocce di pioggia si mescolavano alle sue lacrime, un colpo di vento le trasformò i pantaloni in una gonna, i capelli cominciarono a crescerle lunghi, mentre le braccia andavano su e giù con più forza. Di più, di più. L’ipotenusa del suo naso ora sembrava più che mai un becco e respirava leggerezza e vita. Un grido uscì da ogni poro della sua pelle, in coro “Aria, sono di nuovo tua.”

A rito finito Bibi si sentì quella di prima, con tutte le sue illusioni confortanti, solo con un leggero sapore di ferro in bocca. Andò allo specchio, la sua figura era più eterea che mai, i contorni del suo corpo si intravedevano a mala pena. Così si punse il dito con uno spillo, lo fece sanguinare e se lo passò sulle labbra, come un rossetto. Ogni volta che vedeva ricomparire prepotente la forza di gravità sulla sua materia, prendeva un libro e faceva scorrere le pagine veloci, facendosi aria al viso. Non c’era sempre bisogno di leggere parole, bastava anche solamente sentirle leggere. A volte è solo una questione di accenti.