Rose e minzione.

Corso Cavour, verso sera, la solita strada che dalla stazione conduce alla fine della giornata. Il pendolare fa i conti con la quotidianità che si muove ma non cambia, che scorre ma puzza d’immobilismo. Il treno stimola il sonno e raramente il pensiero. Sospensione putrida di panorami che piombano nell’immaginazione attraverso il finestrino. Il ritorno è già casa anche se trenta minuti separano lo stomaco dalla cena, il culo dal divano. Frugali baci a chi aspetta, odore di relazione che funziona grazie alla mancata lucidità che il viaggio andata e ritorno corrode. Lento.

Angoli di palazzi familiari, a volte la stessa gente. Orecchie distratte assorbono stralci di conversazioni “non gliel’ho più detto, anche perché lui è stato…”. Una chiazza rossa spunta da un edificio, sono rose, un mazzo di rose rosse di quelle che si vendono per strada e nonostante la petulanza dei venditori sia spesso ripagata con il rifiuto della merce, quei fiori, la prepotenza di quel colore, l’affascinante banalità dell’associazione all’amore aprono uno spiraglio, una crepa sulla superficie dalla quale scorgere la vita che pulsa. Dietro a quel mazzo abbracciato nella destra, quasi a cercare un po’ d’intimità, lui che con la sinistra dà sfogo alla minzione. Il tutto scorto nello spazio di dieci passi, nel tempo che c’è voluto per mettere a fuoco l’intera faccenda e una volta intesa, lasciarsela con sollievo alle spalle. Rose come parapetto che riportano in un attimo la poesia immaginata all’espletamento di funzioni corporee esibite, proprio perché malcelate. Come ti sei permesso di inquinare il pensiero positivo della sera pisciando contro un muro?

A squarciagola.

Com’è che venite a rompere il cazzo anche qui? Non c’è posto per tutti. Anche se c’è chi dice il contrario, a mandar giù si è sempre in tempo, è a sputare che si fa fatica.  E così si incistano situazioni, cose che avresti voluto dire, frasi spezzate, grida soffocate e quando meno te lo aspetti il rospo è soppiantato dal nodo. Sì, proprio così, un groviglio di sentimenti che si districa a colpi di tosse. Tosse come ansia del pensiero che vuole farsi parola, se solo le corde vocali collaborassero. S’è mai visto poi che una volta sputato il suddetto rospo si trasformi in principe.

I nodi si sbrogliano, lo sapeva bene Arianna che quello in gola se lo tenne fino alla morte pur di non farne trovare a Teseo nella sua matassa. E le matasse aumentano, siamo tutti vittime degli studi di settore e dei giochi in scatola. Un anello come sigillo d’amore e un anello per controllare le nascite. Erode se ne sarebbe risentito, ma pur di non avere innocenti da punire, tanto vale confondere l’ovulazione. Cordoni da recidere, ecco forse la fonte di tanti nodi in una vita, il primo dei quali ci è rimasto sullo stomaco. Beh, un po’ più sotto, ma sempre in zona. Dov’è il bandolo? Un dedalo di emozioni al centro del quale un mostro. Chi si occupa di trovarlo e di ucciderlo? Tutto qui in questa gola, crocevia di anime e amore, di umori e canti, di versi e sospiri. La gola è la mia e per transitarvi, chiunque tu sia, devi avere squisiti requisiti. Chi sei? Che sapore hai? Perché vuoi entrare? Chi ti dice che non si stia meglio là fuori? Ah, qui è più confortevole, la carezza della lingua, l’ospitalità delle papille gustative, il massaggio delle labbra. Vista così sembra davvero un luogo interessante. Mi c’infilerei pur’io. Potrei farmici un giro. Un altrove sconosciuto, almeno in parte. La gola dalla parte dell’ospite. Sì. M’accolgo. M’hai convinta. Poi m’accorgo. Mai convinta.

Scampoli di me.

Ogni volta la stessa cosa. Ti senti esplodere e fai l’esercizio. Ti fermi, ovunque tu sia, e ti ascolti il cuore. Metti la mano destra sul seno sinistro e tendi l’orecchio dell’anima. Com’è che la vita pompa così forte e lui neanche se ne accorge? Cerchi nel pedante eclettismo dei pistacchi appena arrivati dall’Iran uno sfogo alla tua impotenza di fronte alla meticolosa crudeltà della natura e immagini di essere il bandolo della matassa di chicchessia. Sentirsi utili fa sempre bene.

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