Breve storia delle imprecazioni in volo per aspiranti poeti del cielo. #paganelladaurlo

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Ormai siamo agli sgoccioli. Mancano sette giorni all’esperienza sulle Dolomiti del Brenta. Emil Cioran scriveva “non si può sapere se l’uomo si servirà ancora a lungo della parola o se a poco a poco riscoprirà l’uso dell’urlo”. Ecco, io ho deciso, prima di scoprirlo nel Summer Blog Tour che si chiama non a caso #paganelladaurlo, di usare la parola per prepararmi, cercando di non mancare di rispetto a nessuno, tanto meno a ItaliaBT che devo rappresentare.

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Nel weekend del 15 e 16 giugno sarò chiamata, fra le varie cose, anche a scrivere in qualche modo il cielo con un parapendio. Nella speranza che le parole che mi usciranno non siano solo improperi verso chi il cielo lo abita, butto fuori tutto ora. Perché quando si sfida la forza di gravità il minimo che può succedere è che a terra non cadano solo corpi, ma anche interiezioni. La storia però omette di solito. Newton quando è stato colpito in testa dalla mela qualcosa avrà pur detto alla suddetta mela. E non ce l’hanno raccontata tutta nemmeno di Icaro. Come si può immaginare che nessuna imprecazione gli sia uscita dalla bocca quando ha visto sciogliersi le sue ali? Forse l’unico che ha fatto dei gran giri di parole, senza offendere nessuno, per esprime il moto improvviso del suo animo in volo è stato Pindaro. Ma questa è un’altra storia.

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Il Trentino è terra di grandi montagne. Troppe altezze a escludere lo sguardo per pensare che non venga voglia di immaginarsi qualcosa al di là di quelle. Se si pensa che a Giacomino nostro è bastata una siepe per vedere l’infinito, cosa può mai fare chi ha le Dolomiti davanti da sempre? E infatti è nato a Arco di Trento, ai piedi di questi colossi, Gianni Caproni, pioniere dell’aviazione. La natura del paesaggio intorno a lui stampata nella sua retina dal primo momento in cui ha aperto gli occhi e un incontro con i fratelli Wright a Liegi ai primi del ‘900 hanno dato il via a un sogno che poi si è realizzato: volare.

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E anche per lui, come per i fratelli Wright, la prima esperienza non può che essersi conclusa con un’esclamazione di sorpresa che i libri non riportano. Gli americani hanno cercato di dirci qualcosa, ma in maniera blanda. È la mattina del 17 dicembre del 1903 sulla spiaggia di Kitty Hawks quando il Flyer 1 decolla a tre metri dal terreno, compiendo un volo di trentasei metri per dodici secondi, c’è un baywatcher a fare da pubblico, un tale di nome Johnny Moore, che esclamerà un bel “dannazione ce l’hanno fatta. Ha volato!”.

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Se invece torniamo a casa nostra, il 27 maggio del 1910 vediamo il nostro Gianni Caproni in attesa del meccanico Ugo Tabacchi che era ai comandi del velivolo chiamato Ca 1, dopo aver fatto il suo primo volo. Nella fase di atterraggio qualcosa però è andato storto e l’aeroplano si è distrutto, lasciando illeso il pilota. Cosa avrà urlato Gianni guardando il cielo che aveva appena scritto con il suo genio, quando ha capito che la sua invenzione aveva funzionato, ma era andata distrutta? Non ci è dato sapere. E forse è meglio così. Ci piace pensarlo un poeta del cielo e non uno scaricatore di porto.

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Ora, fatta questa piccola captatio benevolentiae ai cieli trentini e una catartica storia delle imprecazioni, non resta che augurarmi di trovare le parole giuste per descrivere quel volo in parapendio che farò proprio là, fra le montagne che hanno dato l’idea a Caproni per scrivere un pezzo di storia dell’aviazione mondiale.

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